domenica 17 aprile 2016

Milarepa: vita di un Santo

In ogni cultura sono presenti figure di santi e eremiti capaci di ogni tipo di miracoli. L'ascetismo, l'unione con la Natura e l'estraniazione dalla civiltà sono segni distintivi di una schiera di personaggi semidivini che popola la fantasia della gente, eremiti anacoreti, santoni indiani o saggi orientali che siano. E questo è il caso del Tibetano Milarepa (1051-1135), asceta Buddhista di cui l'allievo Rechung-Dorje-Tagpa ha redatto una consigliatissima biografia che, in Italia, è edita dalla Luni.

Milarepa (notate il colore verde)
L'intera narrazione è rinchiusa in una cornice più ampia: l'anziano Milarepa, vecchio santo molto famoso, è circondato dai suoi discepoli che gli chiedono di raccontargli la sua vita e di come sia diventato così saggio. Dopo essersi lasciato un pochino desiderare, il Guru, nel narrare le sue vicende, le divide in due parti: la prima, quella della magia nera e del peccato, più modesta, e l'altra più sviluppata di quando, grazie alla magia bianca e alle pratiche ascetiche, ha percorso la via della rettitudine. Una volta arrivato a raccontare i fatti di poco antecedenti al presente, si aprirà un ultimo capitolo riguardo la morte e gli eventi miracolosi che ne susseguirono.

Prima di vedere un pochino più da vicino le vicende che caratterizzarono la sua vita è il caso di immedesimarsi con l'epoca e il territorio. La zona geografica, che ingloba Tibet e Nepal, aveva ai tempi un grado di strutture sociali e avanzamento tecnologico non dissimile dal nostro Medioevo Europeo. Si tratta di zone, come potete ben immaginare, sperdute tra i monti e con ampie valli in cui si trovano piantagioni intensive di cereali tra cui l'orzo, dal quale è ricavato pure il "Chang", una bevanda alcolica assimilabile alla nostra birra. La gente sopravviveva grazie a questi raccolti che proteggeva grazie a dei monaci, esperti in magia bianca, che tenevano lontane le tempeste di grandine inviate, spesso, da stregoni seguaci della magia nera assoldati da qualche nemico o vicino invidioso. E Milarepa nasce, appunto, in una famiglia di ricchi possidenti terrieri. Sfortunatamente finiscono, in seguito alla morte del capo famiglia, in rovina e oppressi dagli
Marpa "il Traduttore"
zii. Il giovane Milarepa, letteralmente "Colui che si ascolta con delizia", sfrutterà gli ultimi risparmi della madre per percorrere la strada della magia nera e distruggere i possedimenti dei parenti malvagi. Tuttavia, dopo essere riuscito nel suo intento, si pente e, per apprendere la via della magia bianca, diventa, dopo aver superato numerose difficili prove, allievo del leggendario Marpa, "il Traduttore". Da questi viene convinto a vivere nell'ascetismo più totale, rinunciando a qualunque lusso o eccesso seppur minimo. Finisce, così, per perdere completamente gli abiti, smunto e denutrito simile a uno scheletro, e con la carnagione di color... verdognolo per via delle numerose zuppe di ortiche che si era preparato per sopportare la fame. La vita, sempre incentrata su morigeratezza, bontà e comprensione, continua nell'estrema indigenza fino al sopraggiungere della morte.

Siddharta nel periodo della rinuncia totale
È sempre bene precisare che sia Marpa sia Milarepa sono storicamente attestai e hanno dato via a scuole di pensiero molto importanti per il Buddhismo Tibetano. Il primo, in particolare, deve il suo epiteto di "Traduttore" alla sua opera di recupero in India e traduzione di antiche scritture sacre, poi entrate a far parte del canone Buddhista. Si tratta, comunque, di una biografia ovviamente idealizzata sia dell'uno sia dell'altro ma, non per questo, meno importante. Anzi, è proprio questo lo scopo del testo: non raccontare una vita ma fornire un modello, un codice di disciplina, diverso e alternativo rispetto alla classica vita di Siddharta. Il Buddha Storico, così viene chiamato, ha infatti sì conosciuto un periodo di totale rinuncia ai beni materiali evolvendo, tuttavia, da questa concezione così rigida e approdando a una via di mezzo tra rinuncia e opulenza. Altro elemento di rilievo all'interno degli esempi di condotta sono le disumane prove cui viene sottoposto Milarepa per diventare discepolo di Marpa e che servono a purificarlo dal peccato commesso seguendo la via della magia nera.

Vorrei aprire, qui, una piccola riflessione legata a quale insegnamento possiamo trarre nel 2016 dalla vita di un asceta Tibetano vissuto mille anni fa. Consideratela il cuore dell'articolo ma, allo stesso tempo, non connessa con l'opera in sé: non è obbligatorio leggerla se siete venuti qua solo per il libro che, per stile narrativo e traduzione, mi sento di consigliarvi parecchio.

Viviamo in un'epoca in cui, spendendo relativamente poco, abbiamo accesso a ogni sorta di eccesso: cibo, alcolici, sesso, gioco d'azzardo, vestiti, droghe, chincaglierie ecc. Tutto può essere accumulato e ammassato fino al limite in un batter d'occhio. E qua sta sia la gioia sia la croce della società moderna. Avere tutto subito e in gran quantità e con ampia possibilità di scelta è una conquista che non dobbiamo dimenticare quanto sia importante, fondamentale e preziosa. Tuttavia perderci nel baratro della tentazione continua e sfrenata è un attimo. E qua interviene l'insegnamento di Milarepa, a mio parere: astrazione, almeno ogni tanto, dai beni terreni per ritrovare sé stessi, saper dir di no in un'epoca fatta di sì e saperci assentare dalla modernità che pare aver sempre bisogno di noi. Certo, non si parla di completa rinuncia ma, quantomeno, parziale: a mio parere, l'estremo non è apprezzabile e decisamente dannoso.

Saper vivere la propria vita nel giusto
Milarepa da una parte
la quotidianità dall'altra


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